Tutto è cambiato. Il mestiere, che ha buttato alle ortiche matita e tecnigrafo.
I materiali da costruzione, sempre più tecnologici e avveniristici.
Il paesaggio urbano, dove ai grandi spazi si sono sostituiti gli interstizi.
L’etica, dove la parola ecologia è meglio di sociologia.
L’estetica, dove la visione sostituisce la funzione.
Tutto è cambiato e tutto cambierà sempre di più per gli architetti che disegneranno le città del Terzo Millennio.
Ma chi sono gli artefici del nuovo skyline urbano? Dove si muovono e quali spiriti guida hanno scelto?
E come si fa a classificarli per stabilire una planetaria gerarchia individuando fra tante menti gli imperdibili costruttori del futuro abitare?
«Si fa come sempre», si sono detti nella sede della casa editrice Phaidon.
Si fa come si è fatto per gli artisti con il volume “Cream” e per i designer con “Spoon” e “&Fork”.

Mad-office-1 Denmark Pavillion (rendering)

Ovvero: si cercano dieci tra i migliori curatori, critici e architetti di fama mondiale e a ognuno di loro si chiede di scegliere dieci giovani intraprendenti e spericolati innovatori.
Ecco fatto: “10x10” il libro dei 100 architetti del futuro, arrivato sugli scaffali delle più trendy librerie dal 25 giugno.
Quattrocento pagine, centinaia di foto, un paio di chili di peso e un filo rosso: il ritorno del trompe l’oeil, dell’inganno degli occhi, del trucco visivo, dell’illusione, dell’anamorfosi.
Un’architettura di gioco e di gioia, dove la sorpresa vince su qualsiasi grammatica costruttiva e l’inguaribile energia che guida ogni architetto si trasforma in vera e propria euforia.
E via con gli esempi.
Il russo Alexander Brodsky, per citarne uno.
Un architetto mancato, diventato negli anni Novanta artista e fondatore dell'architettura cartacea (la definizione è sua) dove non si costruisce niente, ma si riempiono i muri di musei e gallerie con progetti pieni di memoria, immaginari e irrealizzabili.

La Rotunda di Alexander Brodsky
Il Vodka Ceremony PavilionPoi i tempi cambiano, si comincia a parlare di riciclo, di spazi residuali, di un costruire ecologico e a basso costo.
Brodsky si rende conto che è arrivato il suo momento.
Detto-fatto, apre uno studio a Mosca e s’industria nel recuperare non solo antichi materiali e vecchi moduli, ma anche veri e propri luoghi simbolici.
Il suo Vodka Ceremony Pavilion, collage di decine di vecchie finestre ottocentesche, bianche come i ghiacci e le nevi moscovite, trionfa nella Biennale di Aaron Betsky, quella che nel 2008 ha sconvolto gli animi dichiarando che bisognava costruire idee e non edifici.
Qui, pagina dopo pagina, le idee non mancano di certo.
Ecco il triangolare negozio di Manhattan in mattoni a vista, tagliati a spigoli vivi come una fetta di dolce al cioccolato.
O ancora: un istituto di tecnologia in Giappone costruito a immagine e somiglianza di un bosco di betulle, dove la luce tremula e chiara vibra tra esili e candidi pilastri, cresciuti disordinatamente a reggere la sottile membrana della tettoia
Stupefacenti quelle di junya ishigami+associates, studio appena nato, ma che già ha fatto fare un salto di specie all’idea di edificio.

Yohji Yamamoto Flagship Store (junya.ishigami-associates)

Demeulemesteer Store, Seul
(Minsuk-Cho mass-studies)
Nostalgia della natura e potenza delle tecnologia è la formula vincente del nuovo trompe l’oeil.
Minsuk Cho ad esempio ne è portavoce. Lui che ha studiato e lavorato con Rem Koolhaas a Rotterdam, tornando in Corea ha unito alla potenzialità dei nuovi materiali, colori e forme che arrivano dritti dalla natura.
Lo show room di Ann Demeulemeester a Seul nelle mani di Choè diventato una specie di casa di Baba Yaga interamente ricoperta da muschio verde: secondo Phaidon è «amalgama perfetto di naturale e artificiale, esterno e interno».
Ovvero una forma che segue la visione, ma non trascura la funzione.
Più azzardato il suo condominio di torri a forma di muffe bitorzolute in cemento muschiato, che neanche un film 3D Pixar avrebbe osato immaginare.
In effetti è ancora un rendering e nessuno ha permesso a Minsuk Cho di mettere davvero al mondo i suoi buffi funghi verdi.

Ma chi l’ha detto che per il futuro abitare è necessario costruire in forma permanente?

Prendiamo il collettivo Raumlaborberlin, cantori del metropolitano effimero.
Nascono nel 1999 a Berlino in mezzo ai cantieri di Potsdamer Platz e alla rinascita edilizia della città riunificata.
Ma mentre gli altri innalzano pali di acciaio e muri con cemento di nuova generazione, loro in nome dello spazio pubblico trovano il cavallo di Troia nel Kitchen Monument, edificio mobile composto da una casetta in zinco coperta da una tenda-bolla in poliuretano.
A che serve? A ospitare tutto quello che unisce e diverte.
È sala da concerto e cinema, dormitorio e rifugio, bagno pubblico e sauna. E soprattutto viaggia qua e là nei quartieri di Berlino per poi spuntare altrove: Liverpool, Varsavia Amburgo, vibrante e fluttuante come il miraggio dell’oasi.
È l’illusione che in un attimo cambia la percezione dell’architettura intera.
Lo dice bene e rapida l’australiana Cassandra Fahey, architetto femminista e radicale, contaminata dalla religione animista.
Lei, accusando di machismo l’intero movimento modernista, si batte perché la “machine for living” sia sostituita dal “playground for living”.

Che tradotto in abitazioni è un coloratissimo miscuglio di carte da parati a fitti disegni geometrici, sedie della nonna e soffitti di membrane rosa e viola “ton sur ton” o edifici ovoidali fasciati da tubi che sembrano arrivati dritti dal set di “Jurassic Park”.
Davvero vien da chiedersi dove siamo. Nel futuro o nel passato?
Da dove arriva quel ponte pedonale di Mirò Rivera Architects lanciato da una riva all’altra di un lago in Texas?
Sembra un intreccio di giunchi di una tribù indigena, è in realtà una tessitura di acciaio leggera, elastica e fortissima dal perfetto arco di gittata che i due hanno voluto dissimulare con rametti e bambù, in nome della poesia, dell’armonia, del gioco e del dolce inganno.
È l’ultimo miracolo tecnologico: nascondersi e diventare natura.

Ed è l’ultimo miracolo dell’architettura: mascherare se stessa, suscitare di nuovo la meraviglia e farci cadere in una illusione. Dove niente è quello che sembra, ma quello che sembra è sempre e ovunque bellissimo.