
Gabriele Lavia
Il fumo fa male, Il fumo danneggia gravemente chi ti sta vicino, ma a teatro fa ritorno di tendenza, fin dagli anni Sessanta, come testimoniava Ennio Flaiano: allora il fumo prodotto dalla apposita macchina scenica si sommava a quello delle sigarette degli spettatori. Meglio non sedersi nelle prime file.
Nel "Macbeth" di Gabriele Lavia una densa emissione fumogena avvolge come una spessa coltre la scena delle streghe e oltre.
Meno diegetico, cioè non direttamente giustificato dalla narrazione, il fumo emesso per tutta la durata di "John Gabriel Borkman" di Henrik Ibsen, regia di Thomas Ostermeier, scenografia di Jan Pappelbaum, all'Odèon di Parigi.
Il testo di Ibsen si svolge in un interno norvegese e non in una nebbiosa palude scozzese, come l'inizio dei "Macbeth", ma il fumo diventa protagonista: dopo aver gasato impetuoso, a fiotti, tutta la platea, viene imprigionato dietro una parete di vetro oltre la quale fa delle controscene, un po' guitto, agitato come le nuvole in un cielo dipìnto da Turner.
Davanti al vetro, sobri mobili nordici imparentati con Ikea, abiti moderni a sottolineare l'attualità del tema: Borkman è un banchiere reduce da cinque anni di prigione per bancarotta, ha messo nei guai i suoi clienti non per tornaconto personale ma per inseguire il sogno di una finanza etica.

Buone intenzioni e carcere, non comodamente domiciliare, che invece rendono inattuale - almeno dalle nostre parti - la vicenda.
Davanti al fumo, recluso come Borkman, sì esibiscono superlativi attori, monumenti del cinema e del teatro tedesco come Angela Winkler (la cognata Ella, amata ma non sposata da Borkman), Kirsten Dene (la moglie Gunhild), Josef Bierbichler (Borkman).

Tragedia in cinque atti, racconta le vicende dell’ambizioso generale scozzese che agisce compiendo le azioni più efferate per accaparrarsi il trono, punito per il sangue versato con la morte della moglie impazzita e con la sua stessa morte.

Personaggio emblematico che desidera la propria affermazione ad ogni costo e che, pur tra mille incertezze ed ansie, diviene vittima del proprio piano.

La scrittura shakespeariana amplifica efficacemente questo gorgo nel quale precipitano i due coniugi: atmosfere tetre e sanguinarie, sete di potere, ambizione e ambiguità rivivono nelle vicende di Macbeth e di sua moglie (spietata all’inverosimile); personaggi dominati dal male e da pensieri bestiali, che agitano incessantemente le loro anime. Macbeth è considerata la tragedia più cruenta scritta da William Shakespeare.

A interpretarla e dirigerla è Gabriele Lavia, già protagonista del testo shakespeariano nel 1987.
Prima di lui, il fascino di questo personaggio, che rappresenta l’aspetto insondabile e misterioso della coscienza umana, ha colpito attori e registi in tutto l’arco del Novecento: tra gli altri ne hanno riscritto la vicenda Eugène Ionesco, Giovanni Testori, Orson Welles e Roman Polanski.

Per il ruolo della sanguinaria moglie Lavia ha scelto Giovanna Di Rauso, giovane attrice Premio Hystrio “Giovani talenti” nel 1999 e segnalata nella terna degli Olimpici del Teatro 2007 come miglior attrice non protagonista.

Come meglio descritto da Gabriele Lavia:
Macbeth è la tragedia del tempo umano, lineare; il tempo di una esistenza fatta di “Domani…domani…domani” E’ un tempo fatto di paura. E’ la tragedia del tempo di un Uomo Nuovo condannato al “fare” per “potersi fare”. Re o altro ha poca importanza. Un uomo condannato alla paura di perdere ciò che ha raggiunto col suo “fare” e che vive nella ambigua incertezza di essere qualcosa e non essere mai nulla con certezza. Questo Uomo Nuovo non è portatore di un nuovo modello di realtà, ma il dubbioso interprete di una soggettività in pezzi, pieno di nostalgia per una ontologia smarrita per sempre. “C’è stato un tempo in cui..” dice Macbeth sulla Scena che non è più il Senso dentro cui agire e che non ha più Senso. Il palcoscenico della storia è andato in pezzi e l’Uomo –Attore sulla scena del mondo recita la sua vita come “la favola scritta da un’idiota. Non significa nulla”. Se tutti i riferimenti e i fondamenti sono caduti, tutti i significati e i sensi si vanificano nelle parole vuote di un delirio di pazzi.