Corinna Grisolia - Omicidio e lasagne

Delitti Italiani

È opinione diffusa, confermata dai dati di cui dispongono i criminologi, che le donne assassine prediligano armi silenziose come il veleno, se non addirittura il delitto su commissione.
Tuttavia, vi sono stati a casi in cui la donna omicida ha fatto violentemente uso di armi "maschili" arrivando a consumare crimini in cui all'atto in sé si aggiunge un carico di odio difficilmente immaginabile.
La vicenda che segue si pone su questa scia di azioni e ha come protagonista Corinna Grisolia.
Corinna, "Cora" così è nota tra le persone che frequenta, è nata a Buenos Aires nel 1926, giunge in Italia adolescente accompagnata dalla madre e si ferma a Firenze dove dovrebbe studiare.
In realtà è una giovane piuttosto vivace e allo studio preferisce la carriera di modella: non è bellissima, però possiede molto fascino ed è caratterizzata da una forte sensualità.
Per qualche strano meccanismo del destino dallo studio dei pittori passa alle case d'appuntamento: ma non è una prostituta come le altre. Infatti è disponibile solo per uomini altolocati, sui quali esercita il suo fascino con grande successo, al punto tale di ricevere offerte di matrimonio da alcuni dei suoi clienti.
Dove finisca la realtà e inizino le illazioni delle malelingue, è difficile dirlo.

Probabile che Clemente Mazzarello l'abbia conosciuta in una di quelle case e che sia stato più insistente di altri, riuscendo ad ottenerne i favori.
Resta il fatto che Cora accetta d' sposare quell'uomo benestante: un commerciante di gioielli e preziosi con il quale va a vivere a Genova in via Morgantini 5, interno 8.
Potrebbe essere un tran tran coniugale come milioni di altri, ma qualcosa non va per il verso giusto.
In seguito si dirà che le colpe erano tutte della donna, difficile da tenere a freno, e con un passato che riaffiorava continuamente come uno spettro difficile da scacciare.
Pare che Cora passasse con estrema disinvoltura da un amante all'altro e non si privasse di alcun divertimento. 
Clemente e Cora ebbero anche un figlio che morì piccolo di malattia.
Al processo dei testimoni sosterranno che la donna non aveva alcun istinto materno: quando il figlio era agonizzante in ospedale la donna non avrebbe trovato né il tempo né il modo per essergli vicino negli ultimi attimi di vita.
Dirà di non essere riuscita a trovare un taxi.
A chi le domanda perché la notte prima del funerale lei sia andata al cinema, risponde di averlo fatto "per dimenticare"... 
In sostanza, non era certo una donna che cercasse di farsi voler bene: queste sue caratteristiche non giocavano a suo favore.
Se aggiungiamo che il suo atteggiamento piuttosto disinvolto nei confronti di amanti e amici è ben noto a tutti, è abbastanza facile immaginare quanto sia fragile la sua posizione quando si tratta di scoprire il colpevole della morte del marito.
La situazione familiare non poteva quindi dirsi invidiabile: Clemente ormai non era più geloso, era soprattutto arrabbiato e deluso da quella donna nella quale evidentemente aveva riposto tutte le sue speranze.
Comunque anche il marito si era trovato i propri svaghi all'esterno: la ex cameriera che testimonierà davanti al gip alcuni giorni dopo l'omicidio, affermerà di aver assistito a un duro scontro tra i coniugi quando Cora trovò la fotografia di una ragazza celata nel portafogli di Clemente.

In quell'atmosfera i litigi sono quindi una realtà quotidiana: anche i vicini ci sono abituati e non ci prestano molta attenzione.
Anche il 17 febbraio 1944, in via Morgantini, all'ora di pranzo, in casa Mazzarello si alza la voce, gli insulti e le urla sono quelli di sempre. Eppure, quel giorno, c'è qualcosa di diverso: rumori insoliti e un tonfo sordo che inquietano il signor Pieretti, l'inquilino del pianoterra. Scende un paio di scalini e bussa alla guardiola del portinaio: sono le 13 e Salvatore Turra sta mangiando e non avrebbe voglia di salire a controllare, però decide di dare un'occhiata e quando giunge alla porta dei Mazzarello scopre che è socchiusa.
Entra: Clemente è disteso in terra con i piedi rivolti verso il corridoio; è in una pozza di sangue, il corpo trafitto e sfigurato da 47 coltellate.
Al processo il portinaio affermerà:
Non riconobbi subito il gioielliere, tanto era sfigurato e lordo di sangue e aveva ancora il tovagliolo al collo.
Allora mi avvicinai alla porta della camera da letto e scoprii, girando la chiave, che non era chiusa, ma solo accostata.
Spinsi a fatica: il corpo della moglie era a terra e impediva alla porta di aprirsi del tutto. La pregai di scostarsi. E così ella fece.
Era tutta macchiata di sangue sul petto e disse che lei e il marito erano stati aggrediti. Il telefono era vicino alla testa, ma non feci caso se la spina fosse attaccata o no. La signora aveva il vestito scollato, ma non ho visto collane. Era semisvenuta, legata e imbavagliata
All'arrivo della polizia Cora ricostruisce dettagliatamente la vicenda:
Stavamo per metterci a tavola, avevo cucinato delle lasagne, quando qualcuno suonò il campanello.
Mio marito andò ad aprire, facendo entrare nella cucina due giovani. Evidentemente li conosceva, perché li trattò molto amichevolmente.
Quando mio marito entrò in cucina, seguito dai due uomini, mi fece cenno che andassi di là.
Coprii le mie lasagne con un piatto pulito, affinché non si raffreddassero, poi uscii chiudendo la porta della cucina alle mie spalle.
Per un po' non accadde niente, poi sentii rumori come di lotta e un grido strozzato: corsi in cucina, spalancai la porta e vidi mio marito steso a lena e tutto quel sangue.
Senza curarmi degli altri, mi buttai in ginocchio tentando di soccorrere Clemente, sollevandolo fra le mie braccia.
Ma uno dei due individui mi diede uno spintone e mi disse sottovoce ma con tono perentorio:
«Taci, se no ti ammazzo. Va' a prendere delle bende perché sono ferito».
Cercai le bende, ma non le trovai. Non ne avevo in casa, forse.
Tornai in cucina ma l'uomo mi spinse nello stanzino da bagno e volle che gli pulissi il risvolto delle maniche, sporche di sangue.
A questo punto fui portata quasi di peso in camera, stordita; venni imbavagliata e legata.
Mentre i due assassini mi legavano non ho avuto il coraggio dì gridare o di ribellarmi. Ero terrorizzata.
Poi, quando mi sono svegliata nella mia stanza, mi sono trascinata giù dal letto e sono arrivata fino alla porta, dove mi hanno trovata. Mi buttarono su uno dei letti, quello più vicino alla porta. L'uomo se ne andò chiudendo l'uscio. In quel momento suonò il campanello del telefono, ma ci fu un solo squillo. Uno dei due assassini doveva aver staccato la spina. Poi se ne andarono e la casa tornò nel silenzio.

Sulla base delle testimonianze dell'inquilino, del portinaio e della signora Mazzarello gli investigatori ipotizzano che l'omicidio sia avvenuto tra le 12.40 e le 13: un breve lasso di tempo che gli investigatori considerano un elemento molto importante per le indagini.
Considerano rilevanti anche le impronte della donna, lasciate dai suoi piedi senza scarpe e con le calze intrise di sangue.Infatti, la cucina sembra un mattatoio: Clemente è stato colpito in molte parti vitali e il sangue era fuoriuscito copiosamente.
Stranamente, però, non vi erano altre impronte: mancavano ad esempio quelle dell'uomo che avrebbe dovuto accompagnare Cora in bagno. Visto il lago di sangue, l'atmosfera molto concitata e il breve lasso di tempo in cui si sarebbe svolto il crimine, era piuttosto improbabile che gli assassini non si fossero lordati.
La donna è invece coperta di sangue, mentre mancano completamente tracce ematiche sul letto e il pavimento della camera da letto.
Un'assenza piuttosto strana che lascia molto perplessi gli inquirenti.
In commissariato Cora ricostruisce le ore precedenti all'omicidio: la sua deposizione è priva di contraddizioni e non vi sono elementi per trattenerla. E così Cora può rientrare a casa dove ha modo di pulire e mettere in ordine: in seguito il pubblico ministero dirà che in quell'occasione la donna avrebbe occultato prove a suo carico.
È Possibile, anche se va detto che l'alloggio di via Morgantini era già stato controllato dalla polizia il 17 febbraio, quando giunse sul luogo del delitto per i rilievi di rito.
Non bisogna però dimenticare che nel 1944 le tecniche di rilievo erano preistoriche rispetto alle attuali e poi il Paese era travolto dalla guerra e le forze dell'ordine erano continuamente impegnate a star dietro a una grande quantità di crimini in cui gli omicidi comuni si affiancavano a quelli politici e ideologici.

Comunque gli inquirenti conducono le indagini con molta cura, vagliando attentamente prove e indizi :
a. La vittima era stata colpita con estrema violenza, in modo spropositato (una coltellata aveva trapassato il tovagliolo, rimasto al collo del cadavere), un fendente aveva addirittura fratturato la clavicola. Va ricordato che spesso l'efferatezza indica che l'omicidio non è premeditato, ma tragica conseguenza di frustrazioni e di odio maturati nel tempo.
b. I due misteriosi uomini che erano entrati e usciti nel giro di pochi minuti non erano stati visti, né dall'inquilino che si era preoccupato per i rumori provenienti dall'appartamento dei Mazzarello, né dal portinaio.
c. Sul pavimento dell'alloggio vi era molto sangue e della polvere di carbone proveniente dal contenitore posto vicino alla stufa. Oltre alla mancanza di impronte, ad esclusione di quelle di Cora di cui abbiamo già detto, non vi erano tracce sulle scale.
d. Cora aveva affermato di aver perso le ciabatte mentre accorreva in aiuto del marito, ma le scarpe furono rinvenute sotto un armadio della cucina in una posizione che difficilmente poteva essere considerata casuale.
e. La vittima quasi certamente era stata colta di sorpresa; oltre alle coltellate era stata colpita in testa con un bottiglione sul quale vi erano solo le impronte della donna. Cora non sa dire se i due uomini fatti entrare dal marito indossassero dei guanti.
f. Le tracce di sangue lasciate sulla parete del corridoio corrispondono alla mano di Cora.
g. Le corde con le quali la donna era legata presentano nodi che potevano essere stati realizzati autonomamente, simulando così un'azione atta ad immobilizzare.
h. Il materasso, come abbiamo già visto, non presenta tracce di sangue.
i. Uno dei periti fa notare che sul bavaglio stretto alla bocca di Corinna c'è stampata, netta, l'impronta del rossetto delle labbra. Nessun tentativo di spezzarlo con i denti: quindi mancavano le prove per confermare quanto aveva detto la donna.
Inoltre, il perito osserva che chiunque avrebbe potuto legarsi mani e piedi con i legacci serviti per immobilizzare la Grisolia.
j. La porta chiusa dal corpo della donna non costituisce una prova né prò né contro.

In principio il magistrato si trova tra le mani un'istruttoria contro ignoti perché viene «presa per buona la storia della porta chiusa, in cucina era stato trovato un bottone evidentemente strappato da un abito maschile, perché portava ancora del filo nero col quale era stato attaccato e un esiguo brandello di stoffa. Ma quel bottone non proveniva dal vestito indossato dalla vittima né da altro vestito esistente in casa: poteva essere stato strappato da Clemente, in un estremo tentativo di difesa, dalla giacca dell'uomo che lo stava uccidendo».
Mentre Cora discute con i parenti del marito su questioni relative all'eredità, gli inquirenti, dieci giorni dopo l'omicidio, procedono al suo arresto.
Non tutti però condividono le ipotesi tendenti ad attribuire il delitto alla donna.

Una parte dell'opinione pubblica è convinta della versione di Cora; un'altra invece la riconosce come l'assassina di Mazzarello e considera la sua versione una montatura.
Vi è poi una terza fazione che invece individua nella neo-vedova il mandante dell'omicidio materialmente compiuto da due complici con modalità in parte aderenti alla sua prima versione.
Ci si chiede comunque come Corinna abbia fatto ad uccidere il marito con 47 coltellate, a legarsi e a mettere in atto la sua messa in scena. Di fatto, però, nessuno ha visto i due presunti assassini allontanarsi dall'abitazione di via Morgantini.

Nel corso delle indagini vengono a galla aspetti particolarmente significativi e decisamente importanti per sostenere le accuse a Cora.
È in particolare l'ex cameriera che non risparmia dichiarazioni pesanti, mettendo in cattiva luce la donna e soprattutto propone un quadro di quel matrimonio decisamente poco edificante.
Oltre ai reiterati tradimenti della moglie e del marito, vi erano le scenate, le botte che i due non si risparmiavano.
La cameriera racconta che un giorno Cora aggiunse al caffè del marito una potente dose di sonnifero; mentre in un'altra occasione lo colpì superficialmente con un coltello da cucina.
Corinna viene arrestata perché le prove a suo carico sono tali da indurre i giudici ad indicarla come la probabile artefice del delitto.
Ma succede qualcosa. 
Nell'aprile 1945, in piena guerra civile, le carceri di Genova vengono spalancate per dare la possibilità ai partigiani "politici" di riacquistare la libertà: l'occasione è anche sfruttata da molti delinquenti comuni e così Corinna ne approfitta e si confonde con la folla allontanandosi.
La sua fuga non ha però lunga durata: viene arrestata a Milano qualche mese dopo nella casa di un noto delinquente locale con il quale convive.

La sua posizione si è ulteriormente aggravata con la fuga, ma vi sono inoltre altre pesanti prove a suo carico.
Sono lì ad attenderla dai primi giorni del suo arresto.
Infatti, quando la donna entra in carcere, un detenuto, Antonio Buzzurro, invia una strana lettera al giudice istruttore comunicandogli il desiderio espresso da un suo compagno di cella, Aldo Allia. La richiesta è semplice.
Poiché il Buzzurro è prossimo alla liberazione, appena ottenuta avrebbe dovuto recarsi in un albergo di Genova per recuperare un anello di grande valore che Allia aveva sottratto al gioielliere Mazzarello dopo averlo ucciso.
La dichiarazione non trova però alcun riscontro nella realtà e quindi viene archiviata.
Però salta fuori una prova inattesa: nell'estate 1944 l'Alba era stato fucilato e in una lettera aveva confessato il proprio crimine.
Quando, nell'aprile 1949, il processo ha inizio, viene subito rinviato per approfondire il ruolo di Allia.
A questo punto giunge come un fulmine a ciel sereno la dichiarazione di Luigi Martellosio, arruolatosi nella Legione straniera e combattente nelle file partigiane. Venuto a conoscenza del processo, l'uomo offre la sua versione dei fatti che si formalizza in un memoriale il 30 luglio 1949.
Ecco alcune parti indicative del documento:
L'Allia io lo conobbi sulla montagna (Alpi Apuane) [...] l'Allia e io ci fermammo in una casa dove erano una donna ancora giovane e un bambino. Fu allora che osservai P Allia e vidi che era agitato. Mi chiese il permesso di parlare con la donna e uscì con lei: restarono fuori circa venti minuti, e quando rientrarono la donna piangeva e lui era molto pallido.
Mi disse: «Tutto è finito, possiamo andare». E uscì. Io feci per seguirlo, ma la donna mi gettò questa frase: «Ragazzo, passa di qui domani. Ho qualche cosa di molto interessante da raccontarti: si tratta della salvezza di parecchi uomini» [...] Tornai dalla donna che mi disse di essere stata l'amante delPAllia [...]
Mi confidò, dunque, come l'Allia fosse stato in carcere per rapina e come i tedeschi l'avessero lasciato andare con l'ordine di consegnare loro un certo numero di partigiani: in cambio egli avrebbe avuto la piena libertà e la riabilitazione [...] Così seppi come l'Allia si preparasse a condurre al macello tedesco molti uomini fra i quali uno dei miei più cari amici, Michele Petrucci, ricercato dai tedeschi. Volevo salvare i compagni, ma non potevo denunciare l'Allia senza le prove: egli se la sarebbe cavata. Volevo prenderlo con le mani nel sacco.
Tutto questo avvenne nei giorni 10 e 11 luglio 1944.
L'Allia mi aveva detto che la mattina del 12 si sarebbe trovato a Camaiore e io, sparsa ad arte fra i compagni la voce che abbandonavo i reparti partigiani, lo raggiunsi in questo paese.
Mi disse: «Io ti conosco e per questo mi fido di te. Vuoi guadagnare molti soldi?».
10 risposi affermativamente e allora ci fu una spiegazione fra noi, sul nostro passato [...]
Fino allora non avevo saputo nulla sul delitto Mazzarello. Fu dopo la nostra spiegazione che l'Allia si rivelò per quello che veramente era e mi raccontò come uccise il gioielliere. «Ero l'amante della moglie. Il marito era molto geloso. Fu Corinna che mi fece balenare in mente l'idea di levare di mezzo il marito. Mi descrisse le ricchezze che il Mazzarello aveva presso di sé dicendomi che una volta ucciso lui, noi due avremmo potuto vivere tranquillamente. Io in principio rifiutai, ma poi mi decisi e ammazzai il gioielliere a colpi di pugnale».
Non mi precisò in quali circostanze e dove uccise. Solo mi disse che il Mazzarello, preso alla sprovvista, non aveva avuto il tempo di difendersi. «Io - continuò l'Allia - colpii come un pazzo, e solo dopo che vidi che lui non si muoveva più, smisi di colpire.
Nessuno mi aveva visto, e così potei filare tranquillamente senza essere disturbato. Nemmeno Corinna seppe che fui io ad ammazzare il marito».

Il supplemento di istruttoria stabilisce però che il giorno in cui il gioielliere fu assassinato Allia era in carcere, prossimo alla fucilazione; inoltre, nella dichiarazione del Martellosio, l'assassino dovette uccidere il gioielliere da solo: fatto questo in totale contraddizione con l'effettivo andamento della vicenda che vede la principale accusata comunque presente sul luogo del delitto.
Nel corso del processo la donna mantiene un atteggiamento distaccato e continua a sostenere la sua innocenza; i giudici però non le credono e, il 28 ottobre 1950, dopo 26 udienze, la condannano a trent'anni di prigione.
Tre anni dopo, nel processo d'Appello, vengono confermate alcune prove a carico, ma viene anche contestato che il sangue presente sulla vestaglia della donna non appartiene né a lei né a suo marito: quindi potrebbe essere di uno dei due uomini che hanno ucciso Mazzarello: l'assassino si sarebbe poi fatto medicare in bagno, come sostenuto dall'imputata.
L'importante indizio non viene preso in considerazione, mentre il collegio dei periti conferma che la Grisolia poteva aver compiuto il crimine da sola: ne ha la forza e le condizioni ambientali erano tali da consentirlo.
I giudici confermano il verdetto.

Il Presidente
Giovanni Gronchi
Poco meno di due anni dopo, il 12 maggio 1955, la Corte di Cassazione respinge l'istanza di revisione del processo.
Corinna Grisolia non si perde d'animo e scrive un'accorata lettera all'avvocato Luigi Vecchi, di Bologna, un esperto di errori giudiziari.
Il legale ricompone il mosaico di quell'intricata vicenda, cercando di dimostrare l'estraneità della Grisolia.
Quando è convinto di aver raccolto il materiale sufficiente, inoltra la domanda di grazia al presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi.
È il giugno 1959. Quattro anni e mezzo dopo, il 24 dicembre 1963, il presidente concede la grazia e Corinna riacquista la libertà.
Esce e scompare, perdendosi tra la gente.
Si porta dietro la verità, quella che solo lei conosce.