Sottopagati, sfruttati, insicuri e con pochissime speranze di strappare, dopo anni di precariato, un contratto stabile.
Se le riforme del mercato del lavoro -con l'introduzione di forme contrattuali atipiche - promettevano di creare occupazione cancellando un po' di ingiustizie, si può dire che la promessa non è stata mantenuta. Anzi, le cose sono peggiorate. 
Federico Lucidi della Fondazione Brodolini e Michele Raitano dell'Università La Sapienza hanno scritto una ricerca ("Molto flessibili, poco sicuri: lavoro atipico e disuguaglianze nel mercato del lavoro italiano") che mette il dito nella piaga del precariato:
«Le riforme hanno progressivamente ridotto i vincoli per i datori di lavoro ad assumere lavoratori con contratti a termine, senza tuttavia modificare la legislazione relativa all'occupazione dipendente a tempo indeterminato.
Questo ha accentuato le caraneristiche di dualità del mercato del lavoro, dove nel corso degli anni a un segmento maggiormente protetto si è venuta a contrapporre una componente (numericamente non irrilevante) di lavoratori le cui prospettive in termini di stabilità lavorativa, retribuzione, trattamento pensionistico, accesso al credito e alla formazione appaiono notevolmente peggiori». Un prezzo pagato soprattutto da giovani e donne.
Lucidi e Raitano mostrano che l'indice Ocse sulla rigidità della legislazione a protezione dell'impiego è rimasto inalterato negli ultimi vent'anni, mentre per i lavoratori atipici si è dimezzato. E nella stessa fase temporale il processo di riforme ha tradito l'impegno di rinnovare il sistema degli ammortizzatori sociali. Con il risultato di accentuare le ingiustizie. 
« Negli ultimi anni in Italia è cresciuta la segmentazione fra lavoratori a tempo indeterminato e temporanei, i quali appaiono relativamente svantaggiati lungo molteplici dimensioni: flessibilità della relazione contrattuale, tutele del welfare, salari, rischi di disoccupazione e capacità di accesso al credito».

Precarizzare il lavoro, d'altronde, sembra la nuova parola d'ordine:
«Nel periodo 1992-2007 la quota di lavoratori dipendenti con contratto a termine sul totale dei dipendenti si è più che raddoppiata, passando dal 6,2% al 13,2% e, guardando ai flussi, si osserva che dal 2001 al 2007 la quota annua di nuove assunzioni con contratti a tempo indeterminato si è ridotta dal 60% al 45%».
E non si può neppure dire che il precario trovi nel salario una qualche compensazione.
«Considerando due lavoratori con medesime caratteristiche individuali e produttività, occupati nella stessa impresa, ma con contratti di durata differente (uno permanente, uno a termine), la teoria economica prescrive che il lavoratote tempotaneo richieda una retribuzione oraria superiore, come premio al rischio di mancato rinnovo del contrarto flessibile. Peccato che non accada».
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In media, c'è una differenza salariale che oscilla tra il 7% e il 20% a svantaggio dei lavoratori flessibili.
Un divario amplificato dalla frequenza delle interruzioni dei rapporti di lavoro.
I lavoratori temporanei sono soggerti a una maggiore probabilità di disoccupazione. 
La ricerca mostra che, in media, a un anno di distanza risulta disoccupato solo l'1,3% di chi l'anno precedente era occupato con un contrarto a tempo indeterminato, mentre questa percentuale sale al 5,8%, al 6,1% e al 7,7%, rispettivamente, nel caso di dipendenti a termine, collaboratori a progetto e collaboratori occasionali.
Lo studio punta l'indice su molti altri elementi di discriminazione come l'esclusione dei lavoratori atipici dalle attività di formazione professionale e la penalizzazione rispetto alle prospettive previdenziali.

E affronta il problema dell'ingresso nel mondo del posto fisso. Una vera corsa a ostacoli. 
A un anno di distanza dalla prima rilevazione come temporaneo, solo il 16,5% dei dipendenti a termine spunta un contratto a tempo indeterminato, mentre il 60% è ancora temporaneo.