Era il 2006 quando il gruppo di Marialuisa Lavitrano pubblicò il suo lavoro sui "Proceedings of the National Accademies of Science".
Di lì a poco un'azienda della Nuova Zelanda e poi una statunitense la contattarono: l'affare si fiutava a molti chilometri di distanza.
La produzione efficiente ed economica di maiali geneticamente modificati ha però attirato l'attenzione anche di Italian Applications, divisione operativa di HubLab, società nata per promuovere progetti italiani di ricerca e innovazione.

Nicola Zanardi, amministratore delegato di HubLab spiega:
«Resistere alla tentazione estera vuol dire in questo caso anche avere l'opportunità di sfruttare il know how italiano nel campo dell'allevamento dei suini».

È nato così il progetto Power Pig, attorno a cui si stanno coagulando gli interessi di diversi enti, pubblici e privati: prima la creazione di una piattaforma di servizi unica in Europa che fornisca alle case farmaceutiche modelli animali qualificati per condurre sperimentazioni cliniche, poi il lancio di un'azienda che allevi animali geneticamente modificati in modo da produrre molecole con cui realizzare medicinali.
Un modello di business nel settore della biomedicina che sarebbe unico nel panorama italiano.

Mucche, capre, pecore, conigli, maiali al servizio della salute umana.
È la fattoria molecolare, quella dove gli animali da allevamento sono modificati geneticamente in modo da produrre molecole che si possano usare per scopi medici.
Tra le tante specie, la più promettente per la ricerca è sicuramente quella suina: i maiali non sono solo bio-reattori naturali, ma fonti di cellule, tessuti e organi per sopperire alla cronica mancanza di "pezzi di ricambio" per gli umani e per consentirne il trapianto.
La tecnica, messa a punto negli ultimi 20 anni dallo stesso gruppo, ha subito successivi raffinamenti e oggi è pronta per essere usata su grande scala per la produzione di animali transgenici.

Marialuisa Lavitrano ha detto:
«La nostra scoperta è rivoluzionaria anche da un punto di vista teorico: dimostriamo per la prima volta che i gameti maschili sono accessibili a macromolecole esogene e che l'identità genetica della specie trasferita da genitore a figlio può essere naturalmente modificata attraverso l'inserimento di materiale esogeno in quello che possiamo ben dire essere un vettore naturale di Dna, lo spermatozoo».

Oggi per fare in modo che un animale produca una determinata molecola i ricercatori milanesi inseriscono i geni in un microcromosoma che viene traghettato dallo spermatozoo dentro la cellula uovo nel momento della fecondazione e che, sebbene non sia integrato nel genoma, viene replicato a ogni divisione cellulare.
Risultato: da latte, sangue, urina o dal liquido seminale degli animali si possono estrarre e purificare grandi quantità di proteine da usare per produrre farmaci.
La ricercatrice ha spiegato:
«Inoltre siamo stati i primi e unici al mondo a brevettare il metodo per trasferire più geni in un'unica fecondazione».
Una strada che gli ha consentito di vincere un progetto del ministero della Ricerca per la realizzazione di un modello animale multitransgenico per il trapianto, e di far parte di un progetto europeo finanziato con circa 10 milioni di euro per la produzione di organi da trapianto.